Luce di cometa

1.
La nebbia si era levata per far splendere la miglior giornata dall’inizio degli scavi; la vicinanza alle colline rendeva quel primo mese estivo particolarmente umido e freddo.
Due uomini, leggermente appartati rispetto alla parte centrale del sito, stavano accuratamente estraendo una scatola di legno; con passo felino si allontanarono dall’ombra degli alberi per meglio ispezionare la scoperta.
Abili mani, abituate a trattare reperti archeologici, non poterono fare a meno di disintegrare il contenitore ligneo e la delicatezza si concentrò sul nastro che teneva chiuso un secondo involucro.
- A prima vista sembra plastica.
- Come ha potuto conservarsi così bene?
- Beh, è stato sepolto con cura e la scatola di legno ha contenuto il deterioramento.
- Vediamo cosa contiene.
Quattro piccoli rettangoli di carta con alcune strane incisioni, questo il tesoro dell’accurata confezione.
- Inchiostro.
- Quel liquido che veniva usato per scrivere a mano e far scrivere le macchine?
- Proprio quello!
- Per tutti i Pianeti, abbiamo tra le mani una scoperta importante!
- Forse. Andiamo in laboratorio per fare tutte le analisi.
Il tragitto ridusse Alan Mills e Peter Thorsen allo stremo: sei mesi passati a condurre robot nelle profondità marine fanno dimenticare i basilari della guida dei vettori ad aria e che camminare con le proprie gambe fa male!
Raggiunto il centro abitato lasciarono il veicolo in un’area sosta distante qualche centinaio di metri dal laboratorio situato nel seminterrato del Palazzo della Società per l’Archeologia Planetaria; al suo comando Luis Peres, un uomo tanto in gamba quanto senza scrupoli, che si è fatto strada con il traffico di oggettistica trafugata dagli scavi interplanetari in cui collaborava anni addietro.
I due uomini raggiunsero l’ascensore dopo aver oltrepassato la porta a controllo, eseguito tramite lente a scansione ottica; il laboratorio era situato al fondo di un lungo corridoio, dietro una porta la cui combinazione, questa volta, era affidata a una doppia scansione simultanea ottico palmare.
Appena entrati, Mills e Thorsen cominciarono un balletto frenetico coreografato in una sequenza di gesti meccanici destinati al prelievo di ciò che serviva recuperare; accumularono immagini olografe sulle quali avrebbero ragionato in un secondo momento, dalla catalogazione alfanumerica all’importanza dei contenuti.
La porta si spalancò e un turbinio d’aria fece svolazzare alcune immagini aumentando il disordine.
- Cosa sono queste analisi?
- Stiamo facendo delle verifiche su pezzi di carta appena ritrovati, signor Peres.
- Interessante; vediamo di che si tratta.
I reperti furono visionati dall’uomo vestito in grigio, cravatta in cuoio bianco su camicia nera; il suo ghigno aveva l’aspetto avido del disonesto.
- Avete trovato tracce di DNA attivo?
- Sì signore.
- Allora che aspettate? Procedete con la clonazione!
Alan e Peter desideravano quel benestare, ma improvvisamente si sentirono a disagio, come nell’attimo che precede la scelta errata.

Il mese di luglio era appena terminato e i due uomini stavano seguendo le nuove vite dall’oblò dell’incubatrice come si segue un prezioso carico di gemme di meteoriti prima che arrivino a destinazione sane e salve dagli attacchi pirata.
Ancora poche ore e i due preziosi del passato avrebbero fatto i primi passi in un mondo che non era il loro, nessun ricordo, nessun futuro.
- Guarda Alan, cominciano a muoversi!
- Finalmente! Cominciavo a preoccuparmi che qualcosa fosse andato storto.
La preoccupazione di Alan era più che lecita: solitamente, allo scadere del mese i cloni sono pronti a uscire dal loro uovo metallico per respirare aria di libertà apparente, ma i due umanoidi erano già al trentacinquesimo giorno di incubazione.
- Come sta procedendo l’esperimento?
Peres era entrato di soppiatto, come solo i ratti sanno fare; dietro lui, la porta si chiuse insieme all’aria pungente della notte.
- I due soggetti sono pronti a uscire: si sono svegliati da poco.
- Bene Mills; preparali per il campo 14.
- Ma signor Peres, abbiamo la possibilità di fare altre ricerche …
- Avremo altre opportunità: ora c’è bisogno di manodopera!
L’aria fresca fece ancora una volta capolino dall’uscio sbattuto, gelando con la parola fine il tentativo di trattativa.

Il caldo afoso del pomeriggio cominciava ad opprimere il respiro; uomini e donne erano impegnati in un andirivieni robotico dal centro dello scavo al perimetro di raccolta macerie.
D’un tratto, un uomo si bloccò sui propri piedi e cominciò a fissare la donna che aveva al suo fianco, nella fila di ritorno.
I suoi gesti si fecero man mano più sciolti, fino a muovere il braccio sinistro in direzione del viso di lei; il pugno si aprì ingentilendosi nel regalo di una carezza, mentre le file inumane continuavano il percorso automatizzato cui erano destinate.
- Eccoli, non possono che essere quei due!
- Forza, raggiungiamoli prima che sia troppo tardi!
La polvere si alzava dietro la corsa di due uomini con tuta bianca e casco giallo: era la divisa antisettica degli addetti alla sicurezza della SAP; percorsero il leggero pendio più velocemente possibile, fino a inciampare su alcuni massi rischiando la caduta; arrivati in prossimità dei due cloni, si trovarono di fronte a una scena d’altri tempi e a loro sconosciuta.
L’uomo stava sorridendo mentre guardava negli occhi la donna, che ricambiava il sorriso e al contempo la carezza appena ricevuta; i due si tenevano la mano destra e lo scambio fisico appena avvenuto stava cedendo il passo a quello mentale, come nella fusione di due cose in una; ma il vero miracolo era in ciò che i due cloni non potevano avere: la parola, si stavano scambiando una parola!
- Amore.
- Amore.
Gli occhi erano illuminati e tutto intorno a loro era un intenso brillare di gioia e altri sentimenti perduti.
- Portiamoli via di qui.
- Ma questi non si muovono.
- Dovete venire via con noi, presto!
- Niente da fare. Capite cosa diciamo? Dobbiamo scappare!
Peter e Alan persero la pazienza e presero a forza i due per le braccia, trascinandoli verso il pendio da cui si erano lanciati di corsa; non avevano ancora un piano preciso, ma sapevano di dover salvare quei due esseri per poter proseguire nelle loro ricerche sul passato.
La scena cui avevano assistito, però, cambiava tutto; erano consapevoli di essere di fronte a un fatto straordinario che mai prima si era verificato in alcun clone.
Questa coppia aveva trovato il varco per aggirare la sottomissione cerebrale, aveva ritrovato – senza ombra di dubbio – la propria identità, anche lei rimasta “attiva” insieme al loro DNA; ma in quale modo, quale alchimia si era innescata per far capitare ciò?
Il quartetto appena formato stava percorrendo la piana deserta che si estendeva a nord della città; il vettore ad aria, Mills e Thorsen lo avevano trafugato nell’hangar della SAP dopo aver tramortito le guardie addette alla sicurezza, da cui avevano anche preso in prestito le tute per passare inosservati; era la prima volta che Pietro metteva in pratica le doti di ginnasta apprese all’Accademia, pensando, in cuor suo, che ne era valsa decisamente la pena.
Stava scendendo la sera e decisero di fermarsi in una radura che permetteva nascondiglio sotto folte fronde di alberi possenti che solo i botanici erano in grado di riconoscere; sicuramente Peres stava organizzando i suoi uomini per l’inseguimento, ma i chilometri percorsi erano sufficienti per mettersi al sicuro e la notte avrebbe permesso loro di aumentare tempo e spazio di distacco dagli addetti alla sicurezza, prima amici e ora passati dall’altra parte della staccionata, soprattutto dopo le botte che si erano presi.
La notte fu spesa in spiegazioni, chiarimenti e ricordi, tanti ricordi.
- Voi buoni.
La voce del clone maschio era ancora incerta; si faceva capire, ma ancora incespicava in un linguaggio che inteneriva i due ricercatori.
- Non ricominciamo con questa storia; vi abbiamo già detto che il nostro aiuto è guidato dalla scienza: vogliamo studiarvi!
- Lui ragione, vostro intervento... scossa... emozione... vita.
La donna si esprimeva allo stesso modo, ma lasciava trasparire un atteggiamento di intimità nei confronti dell’uomo al quale si era avvicinata per carezzargli i capelli crespi venati d’argento.
- Dannazione, ma perché non capite che la nostra non è una missione umanitaria?
Alan si girò verso il collega, poi si alzò per dirigersi al velivolo.
- Ora prendo un olografo e cerco di spiegarvi per benino cosa è successo e cosa faremo domani.
Alan, sempre più impaziente, stava tornando dai suoi compagni di viaggio accomodandosi sulla sedia chiesta al materializzatore; un meteorite carezzava la mesosfera per sottolineare, con la sua scia luminosa, il resto della volta celeste.
- Stella cadente!
- Desiderio!
Pietro sgranò gli occhi verso il collega cercando una spiegazione, ma invano; pazientemente, i due uomini cominciarono a dare spiegazioni sull’accaduto e su ciò che avrebbero fatto all’alba.


2.
- Caporale, torni nel gruppo!
Un brutto ricordo d’infanzia era il motivo per cui Markus Fisher abbandonava il gruppo di pattugliamento ogni volta che il tenente lo faceva passare radente i muri delle case.
- I nemici non sono alle finestre, ma in cielo!
Aveva terribilmente ragione; appena terminata la risposta la casa che faceva da fondale all’avanzata del gruppo scomparve liquefatta sotto il raggio mortale di un’arma sconosciuta, come il nemico, che ancora non si era manifestato.
Impietrito, il caporale si fece forza e prese a correre verso il mezzo che lo aveva portato insieme ai compagni sciolti; anche il blindato era scomparso, a terra rimaneva un po’ di fumo a constatarne l’evaporazione.
Il cielo si tinse di un arancione caldo, come ci fosse il sole nel centro della città.

Sulla collina, braccia abbandonate sui fianchi, un uomo sulla quarantina osservava i bagliori provenienti dalla città; alla sua destra la figlia diciottenne piangeva, chiedendosi dove fossero i suoi amici.
- Moriremo tutti, papà?
- Certo che no, bambina mia.
Le parole sferzarono un colpo tagliente come la falce di un contadino; sulla piccola altura arrivarono altre persone, tutte ferite mortalmente da quell’atroce spettacolo: le innumerevoli luci della città erano state sopraffatte da un’unica grande luce che somigliava a una palla di fuoco, e tutti gli spettatori sentivano il medesimo dolore di fitte al cuore; quando l’enorme pira si spense, gli sfollati, a testa china anche se sopravvissuti, si incamminarono verso le proprie abitazioni.
All’alba, il quarantenne prese la bicicletta, unico mezzo a disposizione della famiglia, per andare in città a controllare l’accaduto.
- Papà, papà! Voglio venire con te!
- Rimani qui a proteggere mamma.
- Portala con te, Andy: oramai non c’è più nulla da temere, qui come altrove. È tutto finito.
Lo sguardo si accasciò al suolo e il pensiero andò a parenti, amici, conoscenti; la morte si era sicuramente impossessata di tutte le anime inermi che avevano scelto di rimanere in città.
I due non incontrarono macerie e nemmeno videro cadaveri; solo calore ancora fumante, dal terreno che il giorno prima ospitava un’intera città; altri sfollati camminavano senza meta tracciando mentalmente vie e corsi scomparsi, e si soffermavano indicando una casa o un isolato che la memoria aveva impresso in fotogrammi indelebili; pochi edifici ancora in piedi facevano vestigia del passato, e il loro cuore piangeva di disperazione e rabbia insieme.
Un lamento ridestò Andy e la figlia Ann dalla triste istantanea; proveniva dall’androne di una casupola e ritmava colpi di tosse a gemiti di dolore; padre e figlia accorsero per scoprire che si trattava di un uomo in divisa, un eroe senza poteri che inutilmente aveva portato aiuto.
- Ann, passami la borraccia della bici.
La ragazza aveva la fiasca in mano ancor prima che il padre finisse la frase; teneramente, alzò la testa del soldato per facilitare il babbo a dissetarlo.
- Tutti vaporizzati, sciolti!
Gli occhi erano terrorizzati e solo incrociando quelli di Ann si ingentilirono in un sorriso, specchio di un animo buono; in pochi istanti, altri arrivarono ad osservare il miracolato e tutti avevano in mano materiale adatto alla realizzazione di una barella di fortuna.

Casa Martin fu un andirivieni di gente che voleva salutare il soldato Markus, l’uomo sopravvissuto al disastro e in grado di raccontare in ogni particolare l’accaduto.
I giorni di cura furono la miglior medicina per la salute, ma anche per la memoria del caporale: dalla densa nube di nebbia cominciava infatti a rivedere scene via via sempre più nitide. Il quartier generale delle Forze Armate aveva avvistato strani oggetti volanti su diverse città; prima di poter prendere una decisione, una voce metallica avvisò il comando che presto ci sarebbe stata un’azione di rappresaglia qualora non fossero stati consegnati due loro simili, dei criminali fuggiti alla pena dell’isolamento nella stazione orbitante del pianeta d’origine.
La risposta non si fece attendere: i soldati non ne sapevano nulla, i politici e le più alte cariche dello stato vittima dell’invasione, così come degli stati limitrofi, non erano a conoscenza di questa presenza minacciosa, anzi sentivano sempre più alta la minaccia di quei dischi che oscuravano il cielo, come si oscurava la libertà con la schiavitù.
A poco valsero le argomentazioni: gli ospiti sgraditi erano fermi sulla loro intenzione, anche se, in una seconda dichiarazione probabilmente maturata in seguito, la rappresaglia non intendeva colpire vite, ma distruggere, a scopo dimostrativo, alcuni agglomerati urbani e impedire in futuro il ripetersi di una situazione così sgradevole.
Quel che il Comando aveva però intenzione di fare, era il tentativo di catturare uno dei velivoli per studiarlo; mossa infantile oltre che poco prudente: l’inganno fu subito scoperto, la rappresaglia avviata immediatamente e il piano di evacuazione delle persone reso vano… e i morti tanti, troppi!
- Dunque non è vero che chi è rimasto lo ha fatto per scelta!
Gli occhi di Markus si inabissarono nella vergogna e non riuscirono a sostenere lo sguardo delle persone che ascoltavano; la verità sibilò come una fucilata per i presenti, ma a morire fu solamente il soldato.
- Non hai colpe Markus: hai solo eseguito degli ordini.
Intervenne a sostegno morale la dolce voce di Ann; i suoi occhi brillavano nell’incrociare quelli del caporale e tutti si accorsero dello scambio di tenerezze tra i due.
- Sì, ma di persone incapaci che hanno portato morte.

Il gelo abbandonò il suo posto annunciando la primavera e la famiglia Martin si apprestava a far ritorno in città, nella speranza di aggiudicarsi al più presto uno degli alloggi destinati agli sfollati.
La periferia era irriconoscibile: tutto nuovo, luccicante, e i giovani gioivano per strada, segno che il peggio era passato.
Alla giovane Ann non passò inosservato il quadrilatero destinato allo svago: un cinematografo, un bar, una pizzeria e una gran sala da ballo che aveva anche una pista esterna per l’estate, con le serate afose e piene di zanzare.
Il suo sorriso era proiettato con l’immaginazione a una sera da passare in compagnia del bel Markus; quella sera arrivò presto.
Andy Martin e la moglie Elsa fecero l’impossibile per concretizzare il sogno di un tetto; mancavano i soldi e l’unica possibilità era il contrabbando.
L’uomo fece un viaggio faticoso verso il sud, dai parenti; ma ne valse la pena perché tornò portando con sé una valida moneta di scambio: olio di oliva, merce rara in un periodo come quello!
Nei campi fuori della città, Andy andava ad aiutare per il raccolto del grano insieme all’ex soldato; quando scendeva la sera, i due tornavano sui propri passi a recuperare le spighe lasciate dalle macchine; il mugnaio, pagato con l’olio, era ben felice di aiutare quella famiglia macinando il prezioso raccolto per farne farina, che veniva poi assicurata nelle abili mani di Elsa per trasformarla in pasta fresca, pane e polenta.
I soldi continuavano a mancare, ma la famiglia aveva il necessario per tirare avanti e con loro c’era Markus, rimasto solo al mondo e rinato in seno a un nuovo focolare.
Elsa e Ann andarono in cucina e lasciarono soli gli uomini a parlare; i due, seduti al tavolo della sala da pranzo, sembravano padre e figlio intenti a sorseggiare meritatamente il vino dell’ultima vendemmia.
- Vorrei chiederle, signore, di portare sua figlia al cinema.
- Hai il mio permesso, figliolo. Ma dovete tornare a casa prima della mezzanotte.
- Può contare sulla mia fiducia, signore.
- Basta con questo signore, non sei più in caserma ora!
- La ringrazio Signor Martin.
Andy sorrise per come si stavano mettendo le cose tra la figlia e l’ex soldato e, rimasto solo con la moglie Elsa, assaporò fino all’ultimo goccio quel nettare di normalità che stava tornando a scorrere nelle loro vite.
La pioggia battente di un temporale primaverile cercava di rovinare la festa ai ragazzi, ma i loro occhi brillavano d’amore e tutt’intorno era magicamente sereno; l’ingresso al cinema, lo spettacolo e poi una cioccolata calda al bar prima di rientrare a casa: la serata perfetta che volgeva alla sua naturale conclusione sigillata da un bacio.
Un’alchimia sconosciuta sprigionò la loro essenza facendola volare oltre i lampi e ammutolendo i tuoni, e nel silenzio danzarono oltre le nuvole irradiando luce e calore; i loro volteggi abbaglianti furono come l’attrazione fatale delle falene verso il chiarore, dove la morte non colse i lepidotteri, ma la fonte.
Dischi volanti apparvero dalla tempesta per avventarsi sui due innamorati che in quell’istante stavano cogliendo il frutto della vera natura dell’amore; il raggio mortale mise fine all’incanto, dando nuovamente spazio al grigio meteorologico.

I coniugi Martin si trovarono davanti a un rito cui nessun genitore dovrebbe assistere: due feretri che simboleggiavano la presenza dei ragazzi, vittime di un innamoramento traditore, un amore che era finalmente sbocciato per condannarli all’esilio dell’aldilà; alcuni coetanei di Ann e Markus, anche loro presenti alla tragica serata, erano i portatori alla testa del corteo funebre; i loro volti, segnati dalla tristezza, urlavano una vendetta che mai sarebbe stata consumata, casomai sopita nella consapevolezza dell’impotenza.
Il tormento di Elsa e Andy finalmente giunse al termine, non prima di ricevere, dalle mani degli amici, i pochi averi dei ragazzi scampati alla vampata assassina: i due biglietti di ingresso al cinema e lo scontrino del bar, scampati alla liquefazione e ora unico simbolo del loro amore.
La mattina dopo, Andy e la moglie erano nel giardino di fronte alla casa; il silenzio delle mura domestiche li avrebbe accompagnati per molti anni ancora, ma quel giorno avevano un ultimo compito da genitori.  L’uomo aveva accuratamente impacchettato in una busta trasparente i tre pezzetti di carta per poi sistemarli in una scatola di legno di ciliegio, quello che il padre aveva accudito nella propria infanzia; una piccola buca sotto il castagno era il luogo perfetto per porvi il ricordo struggente.
La sala da pranzo aveva una porta finestra da cui si poteva godere della vista di quel giardino; marito e moglie sedevano al tavolo e ogni fine pasto rivivevano il tenero ricordo di quell’ultima sera, fissando un albero ai cui piedi erano cresciute delle splendide rose selvatiche.

3.
Il clone maschio sbatté la testa mentre entrava nel velivolo.
- Attento Markus!
- Markus? Allora hai un nome, e magari ce l’hai anche tu!
- Ann, ricordo di chiamarmi Ann e di essere molto amica… un’intima di Markus.
Le parole furono pronunciate a capo chino per nascondere il disagio della timidezza.
- Questo lo avevamo capito!
- E lo hanno capito anche al campo 14, statene pur certi!
Quelle parole saettarono nel buio della notte per annunciare l’arrivo della tempesta; gli occhi dei cloni si spalancarono terrorizzati al pensiero di dover tornare allo scavo, e ancor più per qualcosa di terribile nei loro ricordi sempre meno annebbiati.
Il mezzo ad aria prese il volo, destinazione nord, dove la bruma difficilmente si scioglie; il freddo poteva offrire vantaggio alla preda.
Un’alba rosso fuoco inondò l’abitacolo facendo trasecolare i cloni.
- No! Non vogliamo morire un’altra volta!
I due archeologi si guardarono esterrefatti: nelle parole di Markus si celava la consapevolezza dei ricordi della vita passata.
- Cosa vi fa paura?
- La luce, non vogliamo la luce: attira la morte!
- Ma non dire sciocchezze Ann, è solo l’alba, sono i primi raggi del sole: è un evento naturale, di ogni giorno!
Il viaggio proseguì nel silenzio dell’imbarazzo e della paura.
Con il sole allo zenith, Alan e Peter avevano meno problemi di visibilità, ma avevano ancora una guida pervasa dall’ansia di dover mettere più strada possibile tra loro e i cacciatori.

- Sono stati qui, si vede dalle bruciature sull’erba provocate dagli oggetti materializzati.
- Sei il miglior pilota della SAP… in che direzione ti muoveresti?
- Sicuramente nord, signore; il freddo della nebbia migliora le prestazioni del velivolo; cercano di aumentare il distacco per non farsi raggiungere.
Il volto di Peres si incupì.
- Già, non li raggiungeremo mai!
- Se permette, signore, avrei la soluzione: due soli uomini per ciascuno dei tre velivoli; in questo modo alleggeriamo il carico rimanendo più veloci… e comunque in vantaggio numerico per un eventuale scontro.
- Ottimo Hans, ricordami di aumentarti la paga quando torniamo coi trofei.
Sul volto del pilota si disegnò un ghigno diabolico che mise in risalto il rossore dell’occhio destro, ancora tumefatto per i colpi ricevuti la sera prima da Thorogood; un militare non può subire alcuna umiliazione, e chi la procura deve pagare!

Alan e Peter riuscirono ad arrivare alla meta prefissata: un piccolo box adibito a laboratorio installato a insaputa della SAP; potevano svolgere tutte le funzioni che Peres vietava loro, compresi gli studi sui cloni, come richiesto dal protocollo del Centro per gli Studi Archeologici.
All’apertura della porta, un turbinio di ologrammi rese quasi impossibile la visione delle apparecchiature.
- Bene, il trasmettitore ha già effettuato il dislocamento: possiamo metterci subito al lavoro, Peter.
I due ripresero a danzare come nel laboratorio della SAP, ma questa volta i gesti erano equilibrati, concentrati com’erano al ritrovamento di ogni indizio utile al caso.
Ann e Markus trovarono posto su un paio di sedie improvvisate: apparecchiature spente e non utili, visto lo scarso interesse dimostrato, ai due scienziati; cominciarono a scambiarsi effusioni inanellando discorsi insensati.
La scoperta fu più sconvolgente di quanto si aspettassero.
- Alan, puoi venire a vedere anche tu? Forse sono troppo stanco e leggo male.
Mills prese l’ologramma dalle mani di Thorsen, ancora visibilmente scosso per quanto appena letto; i due si scambiarono un’occhiata incredula e interrogativa al tempo stesso.
- Ma… non è possibile!
- Per tutti i Pianeti, allora ho letto bene: il DNA di questi due coincide con quello della nostra razza!
- Non è possibile, ci deve essere una spiegazione.
- … e c’è! - intervenne Markus che si era nel frattempo alzato dalla seduta improvvisata e si avvicinava ai due tenendosi per mano con Ann.
Alan e Pietro indietreggiarono di pari passo all’avanzare dei due esseri che ora sapevano provenire dal loro stesso pianeta.
- Non abbiate paura, non avete nulla da temere; semmai guardatevi le spalle dai nostri inseguitori: hanno il medesimo atteggiamento di disprezzo che gli avi avevano nei nostri confronti e nei confronti della vita. Non abbiamo molto tempo, lasciateci spiegare quanto ricordiamo, prima che arrivino.
- L’alimentatore, Alan, stacchiamo subito l’alimentatore!
Mills si ritrovò in una morsa invisibile che gli impediva ogni movimento; era il pensiero di Ann, che leggendo nel suo aveva scoperto cos’era collegato all’alimentatore: una incubatrice.
- Non fateci del male, noi volevamo soltanto…
- Non intendiamo farvi alcun male, ma voi non fatelo a noi.
Markus si avvicinò all’uovo metallico, molto simile a quello che gli aveva ridato vita pochi giorni prima; si avvicinò all’oblò e vide il miracolo che stava prendendo forma.
- È questa l’origine dell’odio: la vita!
I due archeologi si guardavano terrorizzati.
- Non avrete intenzione di…
- Poco fa eravate voi a volerlo fare!
Il clone maschio stava perdendo la pazienza, lo si percepiva dal leggero tremolio sul labbro superiore. Intervenne Ann, con la sua voce suadente, a distendere quel momento di gelo imbarazzante; e cominciò a ricordare.

Sul nostro pianeta la procreazione naturale non esiste da molti secoli, lo sapete; alcuni scienziati decisero di intraprendere un esperimento e i nostri genitori furono selezionati per essere inseriti nel programma Concepimento Atavico; confinati sull’Isola dai grandi alberi, cominciarono una nuova vita, osservati, e talvolta aiutati, dal Laboratorio Planetario.
L’accoppiamento avvenne dopo molti anni, durante i quali i quattro componenti del test rientrarono in possesso delle conoscenze istintive della nostra razza, dalla caccia per procurarsi il cibo, alla percezione spirituale di ogni essere vivente dell’Isola; gli scienziati preposti furono sostituiti da nuove leve che decisero per l’abbandono progressivo del progetto convinti che a nulla potesse tornare utile; in questo modo, i frutti dell’esperimento nacquero e crebbero senza condizionamenti esterni.
I loro istinti… i nostri istinti - perché di noi due stiamo parlando - si alimentarono a dismisura grazie a quel distacco; fu allora che gli scienziati si resero conto dell’enorme potenziale che ne stava scaturendo e il monitoraggio riprese, fino all’intrusione estrema: il sequestro dei due nuovi soggetti per iniziare studi di laboratorio.
Fummo bendati per non esercitare i nostri poteri, legati per non fuggire, torturati mentalmente per essere asserviti.
I familiari raccolsero le forze e si avventurarono nella nostra liberazione; poteri telecinetici e telepatici furono le loro armi, difficili da contrastare perché ancora sconosciute; riuscirono nell’impresa e ci imbarcarono su un disco che viaggiò oltre lo spazio planetario conosciuto.
La nostra guida fu tutt’altro che esemplare e l’attrazione gravitazionale di questo pianeta ci colse di sorpresa facendoci precipitare nella sua atmosfera; non ne uscimmo illesi e prima di esalare l’ultimo respiro provammo un esperimento: estraniare la nostra essenza per trovargli un rifugio, un altro corpo adatto a ospitarla.
Ognuno prese la sua strada per incontrare Ann e Markus, ancora adolescenti e plasmabili per le nostre esigenze; l’essenza, però, si assopì per sbocciare improvvisamente in seguito al loro incontro, che provocò un’altra morte.

- Non è possibile: siamo stati noi ad annientarvi, e siamo stati noi a ridarvi la vita!
I due studiosi erano esterrefatti dal racconto e rimasero impassibili ai movimenti dei due esseri davanti a loro.
Markus aveva ascoltato in silenzio i ricordi della compagna che nel frattempo si era avvicinata all’incubatrice; la raggiunse per prenderle la mano e insieme poggiarle sul vetro dell’oblò; dall’interno, la creatura aprì gli occhi, si avvicinò alla loro stretta amorosa e sorrise.
- Ora sapete tutto; potete consegnarci agli inseguitori, come restituirci la dignità di esseri liberi; qualunque sia la decisione, nostro figlio viene con noi.

Dal finestrino della sua postazione, il pilota scorse un pianoro sul fianco della montagna; poi si accorse del box con a fianco il velivolo ricercato.
- Sono laggiù, signore; sparo una raffica?
- No Hans, scendiamo silenziosi e andiamo a riprendere ciò che è nostro.
Luis Peres aveva di nuovo vinto, aveva trovato il bottino perduto senza render conto ai superiori.
I tre rapaci metallici atterrarono vicini alla preda, rinchiusa inconsapevolmente nella sua stessa trappola; sei uomini armati strisciarono verso l’ingresso e si prepararono per l’irruzione.
La stanza era poco illuminata e piena di disordine, fatto di ologrammi svolazzanti, cavi e tubi intrecciati a terra, e apparecchiature ammassate e irriconoscibili.
Il ratto con la cravatta di cuoio si accorse subito dell’uovo metallico e prese la sua direzione senza un piano preciso; constatò che era vuoto e che era stato spento da poco.
- Voi quattro: uscite e andate a controllare ogni anfratto della montagna. Hans, rimani qui con me: voglio esaminare alcuni documenti mentre tu cerchi qualsiasi cosa possa tornarci utile.
In pochi minuti Luis capì la provenienza dei cloni e che i due scienziati avevano eseguito una procedura di clonazione filiale.
- Signor Perez, guardi!
Dieter Hans stava osservando un ologramma dalle movenze insolite: sembrava seguire una corrente d’aria che non c’era. Il soldato impugnò l’arma per osservare dal mirino a scansione calorica; niente, nessuna fonte di calore in vista.
- Cariche elettrostatiche, è per quello che si muove! Andiamo ad aiutare gli altri, abbiamo già perso troppo tempo qui dentro.
Fuori dal box tutto sembrava essere cambiato: il prato era sparito, le rocce sopra e sotto inesistenti; intorno a loro solo luce accecante, silenziosa come l’ululato dell’uragano, quieta come la tigre prima di sferrare l’attacco alla preda, oscura come il battito d’ali di uno stormo impaurito.
Al vertice della radiazione luminosa si distingueva la silhouette sospesa della coppia clonata; Perez e Hans tentarono di aprire il fuoco verso l’obiettivo, per scoprire che l’arma impugnata non funzionava; provarono a lanciare le lame dai guanti, ma si fermarono contro la parete invisibile della forza dell’amore.
Ann e Markus si stavano baciando mentre tenevano per mano il figlio che era diventato la fonte di quel bagliore senza tempo, e tutt’intorno rifletteva di quel benefico irradiamento, sorridendo alla vita.

Tutto era finito, tutto poteva ricominciare; il popolo di cloni si era ridestato dall’asservimento mentale e cominciava a sentirsi essere vivente; Mills e Thorsen tornarono al pianeta natale; Perez e i suoi scagnozzi si ritrovarono a mandare avanti gli scavi da soli; il mondo sperduto brulicava finalmente di vita vera; e le tre vite prodigiose erano libere, luce nella luce.
Da lontano, il pianeta sembrava ospitale, ma la nuova famiglia non poteva dimenticare il triste passato, non poteva perdonare di non essere stata nucleo nel suo tempo, non poteva più aspettare la ricerca interiore cui erano predestinati, non potevano trattenersi in quell’angolo di universo perché la loro missione era diffondere l’essenza dell’amore, l’essenza della vita.
Il triangolo di luce si allontanò disegnando un semiarco luminoso che pareva una chioma; destinazione ignota.



- F I N E -